mercoledì 18 luglio 2007

L'orrore della guerra nel diario di una madre.


Quando ti capita di "imbatterti" in un diario di guerra, che riesce a scappare via e a superare i confini, non puoi far a meno di provare ad amplificare il suo messaggio.


Il Manifesto, 17 Luglio 2007


«Non beviamo più acqua da due giorni perché ci hanno detto che è avvelenata. I nostri bambini sono prigionieri in casa. Non escono più per paura di essere rapiti o di saltare in aria»


Questo è il diario di P., una donna che vive a Kirkuk, raccolto da Annet Henneman, regista e attrice del Teatro di Nascosto - Hidden Theatre di Volterra nella sua visita alla città. Il diario sarà la base del teatro reportage «Città in guerra». Il primo studio sarà presentato al festival Volterra teatro il 28 luglio al Teatro di San Pietro di Volterra.


16 Luglio

Siamo ritornati all'una da Suleimani a Kirkuk. Siamo arrivati nei pressi dell'ospedale vicino a dove era avvenuta l'esplosione più forte. Abbiamo visto correre verso l'ospedale tante donne con vestiti lunghi colorati kurdi. Abbiamo trovato un nostro familiare. Ci ha raccontato che per la notte non aveva più nessuna coperta, perchè tutte quelle che aveva le aveva date agli ospedali per coprire i corpi. Lui aveva sentito gridare un' esplosione, un'esplosione. E' avvenuta vicino al castello e al negozio di un mio cugino. Non abbiamo notizie di lui. Non sappiamo se è vivo o morto.


Giugno 2007

Abbiamo tanta sete. Due giorni fa ci hanno detto che c'è il rischio che l'acqua sia avvelenata e che non possiamo bere l'acqua del rubinetto. Oggi dopo tanto tempo, siamo potuti andare al parco. L'unico parco sicuro, protetto da militari. E' piccolo, molto piccolo con alcuni giochi per bambini. Siamo andati stamattina e dopo aver aspettato un'ora e mezzo siamo potuti entrare.


Lunedì 11 giugno

Sono una madre di tre bambini. Dalla finestra di casa mia guardo un pezzo di terra vuota. Delle volte i bambini dei vicini giocano sulla spazzatura che si accumula davanti alle case: non la raccolgono più la spazzatura. I bambini ci giocano sopra. Guardo fuori e piango. Mi dico che è meglio tenere i miei figli imprigionati in casa che farli giocare sulla spazzatura. Dovrebbero avere un loro posto per giocare come un parco con le altalene... Sono presa dai miei pensieri quando sento il grido disperato di una madre araba: proviene dalla casa dall'altro lato della strada. Il mio cuore sobbalza. Abbiamo saputo che il suo bambino è stato preso in ostaggio da una macchina nera mentre tornava da scuola in bicicletta. Il mio dolore cresce e la nostra prigione diventa ancora più stretta.Una grande prigione chiamata Kirkuk, una città piena di petrolio.


Martedì 12 giugno

Sono andata al funerale di una donna. Il dolore per l'uccisione di suo marito e dei suoi figli le ha provocato un ictus. Il tassista ci ha raccontato di un passeggero, un uomo che era impazzito. Gli avevano mandato un cd ed un video di minaccia. Nel filmato c'erano le immagini di un bambino kurdo che veniva decapitato. Mi sono irrigidita tutta, mi girava la testa, ero sconvolta. Quando sono arrivata al funerale stavano sussurrando del figlio di F. che era scomparso qualche giorno fa. Dopo disperate ricerche hanno trovato il suo corpo senza testa nel fiume Xasa. Un fiume ben conosciuto negli anni '40 e '50: le sue acque erano diventate rosse dal sangue dei kurdi assassinati dai turcomanni.


Mercoledì 13 giugno

Conosco una ragazza molto attiva, partecipa ale attività scolastiche per la televisione. Una televisione soffocata dai politici. La voce di questa città non arriva che in questa città. Ogni grido, dolore, ogni funerale, ricade solo sulle persone ferite di questa città. Nessun altro sentirà. La famiglia della ragazza voleva tenerla chiusa in casa per paura che venisse rapita, uccisa. Dove sono finiti i suoi diritti?Siamo andati al parco. Vicino a uno dei giochi c'era un padre turcomanno. Ci siamo messi a parlare e abbiamo detto quanto sarebbe bello poter fare un picnic con i bambini in questo parco. Era tardo pomeriggio. Il padre turcomanno ci ha guardato sbalordito. Ci ha detto di lasciare il parco perchè presto si sarebbe riempito di terroristi. Ha indicato una casa vicina, quella è una casa kurda ha detto. Sono abbastanza benestanti e per questa ragione il loro figlio è stato rapito: hanno ottenuto il riscatto, poi l'hanno ammazzato e preso il padre.


Giovedì 14 giugno

Era mattina presto e B. mio figlio di 12 anni, andava a scuola. Nella scuola non c'è posto per tutti allievi, così i bambini ci vanno a turno. Dopo che è uscito di casa ho sentito tre spari. E' tornato indietro. Era sconvolto: il padre di un suo amico era stato assassinato davanti alla porta di casa. Non ha parlato per un tempo infinito. Ha iniziato a chiedere un telefonino. Ho proposto di andare a casa di zio M. ma mio figlio si è arrabbiato molto, Vuoi che ci rapiscano? Ieri un bambino è andato a comprare lo yogurt al negozio ed è stato rapito. Mi sono sentita male.


Venerdì 15 giugno

Alla sera eravamo sul nostro tetto. L'unico posto all'aperto dove poter fare un picnic, rilassarci un po'. Da lì potevamo vedere le case dei vicini. Abbiamo sentito una raffica di spari... La città odorava di sangue. Siamo corsi tutti giù e il padre dei miei figli ci ha portato a casa di mio zio nel quartiere kurdo Azadi, più sicuro. Quando siamo tornati a casa i vicini hanno raccontato che la moglie dell'ufficiale di sicurezza A. era stata rapita con la richiesta di uno scambio con una donna araba appartenente ad un gruppo di terroristi. Mio figlio B. continuava a chiedere un telefonino. Insisteva in tale modo che suo padre ha perso la pazienza e l'ha schiaffeggiato, dicendogli che avere un telefonino lo metteva a rischio di rapimento. I ricchi hanno il cellulare. B. ha tentato il suicidio. Ha preso 10 pillole di valium. Abbiamo notato che era stordito. Avevo il cuore spezzato. Parlava senza controllo. E' finita bene. Gli ho chiesto perché l'aveva fatto. Ha detto che voleva prendesi cura di me e di suo padre, stare in contatto con il telefonino quando uscivamo di casa.


Dieci giorni fa, inizio luglio

Oggi ho più speranza. Lavoro nella sala operatoria dell'ospedale. Nel mio lavoro non si fanno divisioni etniche. Cerco di incoraggiare le persone che hanno paura per un'operazione, ci abbracciamo, parliamo e dopo, una volta guariti, ritornano e ringraziano e questo mi dà molto speranza. Sono contenta che il mio diario arrivi fuori del mio paese, è importante, perchè racconta la vita di ogni donna di questa città, di qualunque etnia sia.

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